L'Istat ha pubblicato il nuovo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Un dato emerge con particolare chiarezza: circa il 60% delle importazioni italiane di beni strategici proviene da Paesi con grado di instabilità almeno medio secondo gli indicatori della World Bank.
Non è una percentuale trascurabile. Parliamo di materie prime, componenti industriali, prodotti tecnologici — i beni che mantengono in funzione il sistema produttivo italiano. Il problema non risiede solo nel livello assoluto di dipendenza, ma nel fatto che siamo tra i Paesi europei più esposti su questo fronte. Germania e Francia dispongono di una distribuzione delle fonti di approvvigionamento più bilanciata.
L'effetto dei dazi è stato limitato
Nel frattempo, l'export italiano verso gli Stati Uniti ha subito una frenata dopo l'introduzione delle nuove tariffe, ma si è ripreso in tempi relativamente brevi. Il nuovo regime prevede dazi al 15% su gran parte delle merci europee — auto, farmaci non generici, semiconduttori — mentre restano nulle o quasi le tariffe su aerei, farmaci generici e alcune risorse naturali.
La risposta delle imprese italiane è stata pragmatica: dove possibile, hanno ridotto i margini o spostato parte della produzione. Dove non era possibile, hanno continuato a esportare assorbendo il costo aggiuntivo. L'impatto complessivo è stato gestibile, almeno finora.
Cresce l'import dalla Cina nonostante tutto
Un altro elemento che emerge è l'aumento delle importazioni dalla Cina. Le strategie di dazi selettivi o ridotti su alcuni prodotti cinesi hanno di fatto incentivato l'approvvigionamento da Pechino, aggravando la dipendenza da una fonte ad alto rischio geopolitico.
Questo crea un paradosso: mentre a livello politico si parla di diversificazione e autonomia strategica, nella pratica le imprese continuano a comprare dove il costo è inferiore o dove le forniture sono più affidabili nel breve termine. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, questa scelta aumenta la vulnerabilità del sistema.
Chi opera sui mercati sa che queste dipendenze strutturali pesano sui premi al rischio e sulla volatilità settoriale. Ogni volta che sale la tensione con la Cina o con un fornitore critico, si ripropone lo stesso schema: le aziende esposte subiscono pressione, i titoli reagiscono, poi tutto torna in equilibrio fino al prossimo episodio. Ma il problema di fondo persiste.
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