L'Italia raggiungerà il 2% di spesa militare sul PIL già nel 2025. Giorgia Meloni lo ribadirà al vertice NATO di Ankara martedì e mercoledì. Il vero nodo è un altro: come passare dal 2% al 3,5% richiesto dall'Alleanza entro il 2035.
Il 2% si raggiunge senza stanziamenti aggiuntivi. È contabilità: si riclassificano voci già esistenti, si aggiustano i perimetri di spesa, si spostano capitoli di bilancio. Giorgetti e Meloni lo sanno bene. Il salto vero inizia dopo.
Dove trovare i soldi
Il governo sta valutando più strade. La prima passa per il SAFE, il fondo NATO che offre prestiti agevolati per investimenti in difesa. Su questo punto l'esecutivo non si sbilancia ancora. L'idea è accedervi in modo selettivo, senza gravare eccessivamente il debito pubblico.
La seconda opzione è più diretta: aumentare le accise. A maggio il gasolio è salito di 1,5 centesimi al litro. Nei prossimi anni arriverà a +5 centesimi. Quei proventi sono destinati alla difesa. Non è l'unica leva fiscale sul tavolo.
La terza strada sono le privatizzazioni: vendere asset pubblici per finanziare la spesa militare. Un modello già sperimentato, ma con margini sempre più stretti.
Il nodo politico e di bilancio
Il vero problema è strutturale. L'Italia ha poco spazio fiscale. Il debito pubblico è al 137% del PIL, la crescita rimane sotto l'1%, i vincoli europei restano invariati. Aggiungere 1,5 punti di PIL in spesa militare nei prossimi dieci anni significa circa 30 miliardi di euro annui in più a regime.
Non è un aggiustamento contabile. È una riallocazione pesante di risorse pubbliche. Con una pressione fiscale già tra le più alte d'Europa, ogni ulteriore inasprimento crea attrito politico ed economico.
In pratica: l'Italia confermerà gli impegni NATO ad Ankara. Ma il percorso dal 2% al 3,5% è ancora da costruire, e i margini di manovra sono limitati. Le scelte vere arriveranno nei prossimi mesi, quando bisognerà decidere quanto pesare su tasse, debito o dismissioni.
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