La chiusura dello stretto di Hormuz ha stravolto le previsioni sull'industria italiana. Secondo le stime di Intesa Sanpaolo e Prometeia, se la tensione si risolve in tempi brevi, il 2026 potrebbe registrare una manifattura italiana in crescita lenta. Se invece la crisi si prolunga, il rallentamento sarà più marcato.
Il collo di bottiglia persiano
Il blocco dello stretto non è un dettaglio marginale per l'Europa. Da lì passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota consistente di gas naturale. L'Italia, con una dipendenza energetica strutturale dall'estero, subisce l'impatto direttamente: costi industriali più alti, pressione sui margini delle imprese manifatturiere ed effetto domino su fertilizzanti e agroalimentare.
I precedenti storici mostrano che ogni punto percentuale di riduzione dell'offerta globale di greggio porta con sé un rialzo del 4% sui prezzi. Il Brent ha già scontato parte dello shock, ma il mercato incorpora ancora uno scenario di riapertura rapida. Se la chiusura si protrae oltre le prossime settimane, l'elasticità dei prezzi cambierà.
Scenari per la manifattura
Lo scenario base degli analisti assume una normalizzazione entro il primo trimestre. In quel caso, l'industria italiana può aspettarsi una crescita contenuta ma positiva nel 2026, trainata soprattutto dai comparti meno energivori e dall'export verso economie stabili. Nulla di esplosivo, ma comunque un segno più.
Se la situazione rimane bloccata, si apre uno scenario alternativo: rincari energetici persistenti, inflazione in rialzo e consumi interni sotto pressione. A quel punto la manifattura fatica a tenere il passo e la crescita 2026 diventa una questione aperta.
In pratica, la previsione sull'industria italiana oggi dipende più da Teheran e Washington che dai fondamentali interni. Gli operatori su titoli legati al ciclo industriale italiano guardano i cavi delle agenzie, non i bilanci trimestrali.
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