Quattro mesi di conflitto hanno azzerato quello che ha richiesto ventiquattro mesi per costruire. A gennaio 2026 la distanza accumulata tra prezzi e retribuzioni dal 2021 si era ridotta ai minimi. Adesso siamo tornati indietro, e il ritmo è stato più veloce della discesa.
Il meccanismo è sempre lo stesso quando l'energia si impenna: i costi salgono prima che i salari riescano ad adeguarsi. Solo che questa volta la dinamica arriva mentre molti ancora recuperavano dal 2022. L'inflazione energetica colpisce due volte: sulla bolletta e sui prezzi di tutto ciò che usa energia per essere prodotto o trasportato.
Lo Stretto di Hormuz pesa un quinto sul greggio mondiale
Un quinto del petrolio mondiale passa per lo Stretto di Hormuz. Quando quella rotta si blocca o rallenta, il prezzo del barile incorpora subito uno scenario di scarsità. Non serve aspettare che le navi si fermino davvero; basta il rischio percepito.
Il risultato visibile: carburante più caro ovunque, anche negli Stati Uniti che producono più greggio di chiunque altro. Poiché il prezzo del petrolio è globale anche quando la produzione è locale, l'Europa, priva di giacimenti propri, incassa il colpo pieno.
Stagflazione, non recessione
La combinazione in corso non è quella classica da rallentamento economico, ma peggiore: domanda che frena e costi che salgono. La BCE aveva segnalato fino a febbraio tassi stabili per tutto il 2026. Adesso quella traiettoria non regge più.
Se l'inflazione riprende a correre per fattori esterni, le banche centrali si trovano davanti a un problema senza soluzione pulita: tagliare i tassi per sostenere la crescita significa alimentare ancora di più i prezzi; tenerli alti significa affondare l'economia mentre le famiglie perdono potere d'acquisto.
In pratica, quello che si era recuperato lentamente nelle buste paga italiane è evaporato. E il margine per ammortizzare altri shock si è ridotto ancora.
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