Bruxelles ha concesso all'Italia una deroga fiscale fino allo 0,6% del PIL cumulato per spese energetiche. Tradotto: circa 14,4 miliardi di margine di deficit aggiuntivo che non pesano sui vincoli di bilancio ordinari. Ma con regole precise su come utilizzarli.

Cosa rientra nella flessibilità

L'elenco prevede 22 misure ammissibili: incentivi per l'acquisto di auto elettriche, installazione di pompe di calore al posto delle caldaie a gas, diffusione di colonnine di ricarica, pannelli solari e riqualificazione energetica degli edifici pubblici. C'è spazio anche per investimenti su fonti pulite più strutturali, nucleare compreso.

Il punto operativo è che solo le misure adottate dopo il 28 febbraio 2026 possono sfruttare la deroga. Niente retroattività. Sono invece esclusi gli interventi di pura emergenza: tagli alle accise, prezzi fissi dell'energia, sussidi ai combustibili fossili o sostegni legati al reddito. Non è un bonus bollette mascherato.

Vincoli stretti, efficacia richiesta

La flessibilità vale fino al 2028, ma ogni misura deve essere progettata per massimizzare l'effetto con il minimo costo di bilancio. Bruxelles non ha aperto i rubinetti senza controllo: chiede interventi strutturali, non rattoppi di breve termine. Se un governo vuole usare quei 14 miliardi per espandere davvero le infrastrutture energetiche, può farlo. Se pensa di coprire bollette o incentivi generici, si scontra con i paletti europei.

Sul piano concreto, i margini ci sono. Ma la finestra è stretta: i programmi vanno disegnati adesso per essere operativi dal 2026, e la capacità di spesa dovrà essere rapida. Chi pensa di spalmare interventi su dieci anni rischia di trovarsi con risorse inutilizzate.

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