È attesa entro questa settimana la manifestazione di interesse per l'area a freddo dell'ex Ilva. A guidare il dossier sarà Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, con una cordata di aziende italiane del settore. L'obiettivo è presentare un'offerta formale entro fine agosto.

Due impianti, un unico nodo

Il piano divide lo stabilimento in due parti. L'area a freddo — laminazione, trasformazione, prodotti finiti — è quella su cui si concentra l'interesse della cordata italiana. L'area a caldo — altoforno, acciaieria — resta al momento senza un acquirente chiaro e, senza di essa, qualsiasi piano industriale rischia di restare incompleto.

La questione non è solo tecnica. Chi rileva l'area a freddo deve sapere da dove arriverà il semilavorato. Importarlo comporta costi elevati, vincola i margini, rende la struttura dipendente da fornitori esterni. Lasciare l'altoforno senza prospettive significa anche lasciare migliaia di lavoratori in una condizione di incertezza permanente.

Il conto dell'indotto

Intanto Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria ha pagato a fine luglio le fatture dell'indotto relative a gennaio e febbraio, scadute a maggio: cinque mesi di ritardo. Sulle fatture successive non ci sono ancora indicazioni. Questa sequenza — ordini, consegne, pagamenti slittati — è il modo in cui un'azienda in crisi trascina con sé l'intera filiera.

Il piano Gozzi dovrà affrontare anche questo: come ricostruire la fiducia con i fornitori, come garantire continuità operativa senza scaricare il peso finanziario su chi ha già aspettato troppo. La governance dell'operazione, il costo energetico e il nodo occupazionale sono temi che dovranno trovare risposta nei prossimi mesi. Per ora c'è solo una manifestazione di interesse in arrivo. Il resto è ancora da scrivere.

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