Tre fabbriche di semiconduttori in costruzione in Europa. Quindici nel resto del mondo. I numeri parlano chiaro: la corsa ai chip si sta combattendo altrove.

L'EU Chips Act punta a raddoppiare la quota europea nella produzione globale dal 10% al 20% entro il 2030. Sulla carta sono 43 miliardi tra pubblico e privato. Il problema non è l'intenzione, bensì il ritmo. Mentre Bruxelles mette a punto i meccanismi di finanziamento, Stati Uniti e Asia hanno già rotto gli indugi.

Il confronto con gli Stati Uniti

Washington ha stanziato 280 miliardi di dollari con il CHIPS and Science Act. Non è solo una questione di soldi: è la velocità di esecuzione. I permessi escono in mesi, non in anni. Gli incentivi fiscali sono operativi subito. Intel, TSMC e Samsung hanno già annunciato impianti su suolo americano con tempistiche serrate.

In Europa i principali player — Infineon, NXP, STMicroelectronics — producono soprattutto chip per l'automotive. Un settore strategico, ma con margini più stretti rispetto ai semiconduttori per data center o intelligenza artificiale. Nel frattempo, il mercato dell'auto elettrica rallenta proprio ora, dopo anni di promesse sulla transizione.

Il nodo delle economie di scala

Costruire una fab costa tra 10 e 20 miliardi. Servono domanda stabile e volumi giganteschi per ammortizzare l'investimento. L'Europa ha una domanda frammentata: ventisette Paesi, ventisette visioni industriali diverse. Manca un acquirente unico abbastanza grande da giustificare un ecosistema integrato.

Il settore ha avuto una crescita del 50% nel 2025, trainata dall'AI. Ma le stime per il 2026 indicano un rallentamento. Chi investe ora deve ragionare su cicli lunghi, con la consapevolezza che i prossimi anni saranno meno euforici. Tre fabbriche sono un inizio, ma rimangono troppo poche se l'obiettivo dichiarato è contare davvero nella partita globale.

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