L'Unione Europea ha rinviato di un anno l'entrata in vigore del regolamento sulla deforestazione. L'EUDR — che obbliga gli importatori a certificare che soia, cacao, caffè, olio di palma, legno, gomma e bovini non provengano da aree disboscate dopo il 2020 — entrerà in vigore a dicembre 2025. Formalmente è una misura ambientale. Sul piano economico, rappresenta un dazio mascherato che colpisce le filiere extra-UE molto più di quelle comunitarie.

Chi paga davvero il conto

Il regolamento scarica l'onere della prova sui primi importatori. Chi introduce questi prodotti nell'area UE deve dimostrare — con coordinate GPS delle piantagioni, documentazione satellitare e audit di terze parti — che non c'è stata deforestazione. Il costo di questo apparato burocratico ricade completamente su chi gestisce le filiere. Le aziende europee che lavorano materie prime locali non devono svolgere alcuna di queste verifiche.

Nel 2017, secondo i dati della Commissione, l'UE ha contribuito al 16% della deforestazione globale legata al commercio internazionale — circa 116 milioni di ettari. La Cina importa volumi molto superiori dalle stesse aree, ma non applica nessun filtro di questo tipo. Il paradosso: produttori brasiliani, indonesiani o ivoriani dovranno scegliere se sostenere costi di compliance significativi per vendere in Europa oppure dirottare i flussi verso mercati meno esigenti. Il risultato potrebbe essere una riduzione della deforestazione prossima allo zero, ma con meno concorrenza per i fornitori europei.

Il rinvio non cancella il problema

Il Parlamento europeo ha approvato il rinvio anche per inserire una clausola di revisione semplificata. In pratica, la Commissione potrà verificare l'impatto del regolamento e modificarlo senza passare per l'intero iter legislativo. In altre parole: se le lobby industriali europee otterranno vantaggi evidenti, il sistema rimane invariato. Se invece gli importatori riusciranno a dimostrare che il regolamento blocca le forniture senza ridurre la deforestazione, potrebbe essere alleggerito.

Chi lavora su queste filiere ha dodici mesi in più per costruire i sistemi di tracciabilità. Ma il problema di fondo persiste: l'EUDR trasforma un obiettivo ambientale in un requisito di accesso al mercato che favorisce chi produce dentro i confini comunitari. Non è protezionismo dichiarato, ma produce lo stesso effetto.

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