La filiera elettrica italiana chiude i ranghi attorno alla clausola Made in EU del piano Transizione 5.0. Enel e Elettricità Futura sostengono l'impostazione attuale dell'iperammortamento: i progetti incentivati devono privilegiare tecnologie e componenti europee.

Il nodo della protezione industriale

Il punto non è ideologico. La clausola serve a evitare che gli incentivi pubblici finanzino l'importazione di tecnologia asiatica mentre le fabbriche europee perdono quote di mercato. I dati del ministero mostrano che la maggior parte dei progetti presentati finora prevede l'acquisto di macchinari prodotti fuori Europa — proprio quello che la norma vuole evitare.

Elettricità Futura parla di difesa del know-how industriale. Se incentiviamo l'efficienza energetica delle imprese italiane comprando inverter cinesi e turbine indiane, tra cinque anni non avremo più competenze domestiche su quelle tecnologie. Il dibattito ricorda quello sui pannelli solari: incentivi massicci che hanno creato capacità installata ma zero produzione locale.

Sostenibilità finanziaria e tempi

Enel sottolinea anche il tema della sostenibilità finanziaria del piano. Il Transizione 5.0 vale sulla carta miliardi di crediti d'imposta, ma se la domanda esplode senza filtri geografici, il rischio è che le risorse si esauriscano velocemente senza creare ricadute industriali sul territorio.

La clausola Made in EU sta rallentando l'uscita del decreto attuativo. Bruxelles deve dare il via libera, e sul tavolo c'è il solito compromesso: quanto stringere il requisito senza violare le regole di concorrenza del mercato unico. Nel frattempo le imprese aspettano e i progetti restano sulla carta.

In pratica: chi ha già budget stanziato per efficientamento energetico può partire con tecnologia qualsiasi; chi aspetta il 5.0 dovrà probabilmente guardare al listino europeo — sempre che il decreto arrivi prima che i fornitori si stanchino di aspettare.

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