Il decreto carburanti è legge. Costo dell'operazione: 527,4 milioni di euro, coperti interamente tagliando le dotazioni dei ministeri. Non è il primo intervento e probabilmente non sarà l'ultimo, ma è il primo di cui sappiamo — grazie a un emendamento approvato in Senato — da dove arrivano i soldi con precisione.
Chi paga il conto
Il ministero dell'Economia ha contribuito con 127,5 milioni, circa il 24% del totale. La quasi totalità (97%) proviene dal sacrificio di voci di spesa già stanziate. Gli altri ministeri hanno seguito con tagli distribuiti. La spending review copre l'intero periodo fino al 22 maggio 2026.
Il decreto introduce crediti d'imposta per le imprese del trasporto e della pesca, con l'obiettivo di compensare almeno in parte il rincaro del gasolio. Chi ha già presentato istanza per Transizione 5.0 e ha ricevuto comunicazione di idoneità dal GSE rientra tra i beneficiari diretti.
Taglio accise: due pesi, due misure
L'intervento ha una struttura asimmetrica: il gasolio beneficia di una riduzione di 24,4 centesimi al litro, la benzina si ferma a 6,1 centesimi. La logica è proteggere l'autotrasporto e chi usa diesel per attività produttive. Chi va a benzina resta scoperto quasi del tutto.
L'emendamento che ha costretto il governo a dettagliare le coperture non cambia la sostanza del decreto, ma rende trasparente un punto fondamentale: ogni taglio di accise deve essere finanziato altrove. In questo caso, altrove significa dentro la macchina pubblica. Resta da capire quali altri due decreti seguiranno e se la strada scelta sarà sempre questa.
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