L'Europarlamento ha chiuso la partita: la soglia per l'import di riso a dazio zero resta invariata. Il regolamento sulle agevolazioni tariffarie per i paesi meno avanzati è passato senza modifiche, nonostante l'ultimo tentativo della filiera italiana di limitare il flusso di prodotto asiatico che entra senza ostacoli nel mercato europeo.
La quota che non cambia
Il contingente rimane fissato a 565.000 tonnellate, senza tetti annuali rigidi. Per i produttori italiani significa continuare a competere con riso importato che non paga dazio, mentre i loro costi di produzione — energia, certificazioni, normative ambientali — restano tra i più alti d'Europa. La richiesta era semplice: abbassare la soglia o introdurre meccanismi di salvaguardia automatici quando i volumi superano certi livelli. Bruxelles ha detto no.
La stima del danno è pesante: 4 miliardi di euro per il comparto, con il rischio concreto di perdere 100.000 ettari di coltivazioni. A confronto, il beneficio per i paesi esportatori che godono dell'agevolazione è stimato in appena 18 milioni. Il rapporto costi-benefici è schiacciante, ma evidentemente non abbastanza per spostare l'ago della bilancia politica.
Quando il prezzo scende troppo in fretta
Il problema non è solo la quota in sé, ma la velocità con cui i volumi d'importazione sono cresciuti negli ultimi anni, mentre i prezzi interni crollavano. Chi coltiva riso in Italia si trova stretto tra margini che si assottigliano e una concorrenza che opera con strutture di costo completamente diverse. Le norme sanitarie e ambientali europee non valgono per chi produce in altri continenti, ma il prodotto finale entra comunque senza pagare dazio.
Il voto finale conferma una linea: l'Ue privilegia l'accesso al mercato per i paesi in via di sviluppo rispetto alla protezione delle filiere interne. È una scelta politica, non tecnica. Per chi coltiva riso tra Vercelli e Pavia, questo significa che il margine di manovra si è ulteriormente ristretto.
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