LyondellBasell lascia Brindisi. La multinazionale americana ha comunicato la chiusura dello stabilimento entro il 2026, segnando un altro colpo per il polo petrolchimico pugliese già in crisi dopo lo spegnimento dell'impianto di cracking Eni ad aprile 2025.
Il domino delle chiusure nel petrolchimico italiano
Non è una sorpresa isolata. LyondellBasell ha già ceduto quattro siti europei — Francia, Germania, Regno Unito e Spagna — al fondo tedesco Aequita. Brindisi segue la stessa logica: dismissione di impianti non competitivi in un continente dove la produzione di polipropilene costa troppo rispetto ad altre aree del mondo.
Lo stabilimento produce resine di polipropilene, materiale utilizzato dall'industria della plastica per packaging, automotive e beni di consumo. Senza la materia prima a basso costo garantita dal cracker Eni, l'economia dell'impianto è crollata. A Brindisi rimangono due linee produttive: quella che chiuderà e un'altra il cui futuro resta da definire.
Cosa resta del polo industriale
Il petrolchimico italiano sta vivendo una contrazione strutturale. I costi energetici alti, la concorrenza di produttori mediorientali e asiatici con gas a prezzo politico e l'assenza di una strategia industriale nazionale rendono impossibile mantenere operativi impianti nati in un'altra era economica.
Per Brindisi significa perdita di posti di lavoro diretti e indotto, ma soprattutto la certificazione che il modello produttivo degli anni Settanta non regge più. LyondellBasell ha già avviato le consultazioni sindacali per la gestione degli esuberi. La procedura è partita nel settembre 2023, ma solo ora la decisione finale è diventata operativa con una data certa: fine 2026.
Chi opera sui mercati dell'energia e della chimica europea sa che questa non è l'ultima chiusura. È una fase di razionalizzazione che colpisce tutta la filiera, con conseguenze sociali pesanti e nessuna alternativa industriale all'orizzonte per quei territori.
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