Mentre si parla di siccità e razionamenti, sotto i piedi c'è una riserva che copre l'84% del fabbisogno nazionale. Le falde acquifere italiane forniscono quasi tutta l'acqua consumata dal Paese: agricoltura, industria, acquedotti. Un dato che ribalta la percezione comune dell'Italia come terra di fiumi e laghi.

Quanto pesa davvero l'acqua sotterranea

I numeri ISTAT fotografano consumi annui di circa 18 miliardi di metri cubi: 11,5 destinati all'agricoltura, 3,7 all'industria, 2,4 agli acquedotti, il resto alla zootecnia. Di questa massa, oltre 15 miliardi provengono dalle falde. Non è un apporto marginale: è la struttura portante dell'approvvigionamento.

Il problema è che questa risorsa resta invisibile fino a quando non manca. Le acque superficiali fanno notizia quando i laghi si svuotano, ma le falde calano senza allarmi visibili. Nel 2023 le risorse idriche rinnovabili sono scese del 12% rispetto al 2022, con picchi del 21% in Molise. Quando le piogge non ricaricano gli acquiferi, il sistema tiene per inerzia, poi crolla.

Cosa significa operativamente

Un Paese che dipende per l'84% da riserve sotterranee dovrebbe disporre di mappe precise degli acquiferi, monitoraggio continuo dei livelli e piani di tutela. Invece la gestione rimane frammentata tra Regioni, consorzi ed enti locali. Ogni pozzo preleva senza sapere quanto prelevino gli altri nello stesso bacino.

Il rischio non è solo la scarsità, ma il degrado qualitativo: le falde costiere subiscono intrusione salina, quelle agricole accumulano nitrati. Una volta compromessa una falda, i tempi di recupero si misurano in decenni. In pratica: quando il problema diventa evidente, è già tardi per risolverlo tempestivamente.

L'acqua c'è, ma trattarla come risorsa infinita solo perché non si vede è l'errore che si paga dopo, quando i rubinetti restano a secco nonostante le falde piene sulla carta.

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