Il settore dell'illuminazione europeo ha un problema di dimensioni industriali. Nel 2025 sono entrati nell'UE prodotti cinesi per 6,7 miliardi di euro. In Italia la quota cinese sull'import totale ha raggiunto il 45% a fine 2024, secondo i dati Anie: su 1,4 miliardi di euro importati, oltre 630 milioni arrivano dalla Cina.
Le aziende italiane non protestano per protezionismo ideologico. Il problema è tecnico: i controlli su ciò che viene venduto online rilevano irregolarità che arrivano fino al 100% dei campioni. Prodotti senza certificazioni di sicurezza, senza conformità energetica, senza nulla. Entrano lo stesso.
Quando il prezzo basso copre tutto
Il canale e-commerce ha reso il problema strutturale. Un'azienda italiana che produce corpi illuminanti deve rispettare certificazioni CE, normative di sicurezza elettrica, standard di efficienza energetica. Costi reali che si riflettono sul prezzo finale.
Un prodotto che entra via marketplace cinese bypassa questi vincoli. Non è competizione, ma disparità normativa. Il risultato è evidente: la quota cinese cresce anno dopo anno, mentre il tessuto produttivo locale si comprime.
Controlli che non tengono il passo
Le imprese del settore chiedono il rafforzamento dei controlli doganali e l'obbligo di certificazione per tutto ciò che entra nel mercato unico. Il punto critico è la vendita diretta al consumatore: piccoli pacchi, volumi frammentati, tracciabilità bassa.
Finché i controlli restano sporadici e le sanzioni inesistenti, la forbice si allarga. Il mercato premia chi vende a prezzo più basso, non chi rispetta le regole. E quando il gap è del 40-50% sul prezzo, il consumatore medio non si pone troppe domande sulla provenienza o sulla conformità.
La partita si gioca su questo: far rispettare le stesse regole a chi vende nello stesso mercato. Altrimenti i 6,7 miliardi di quest'anno saranno 8 l'anno prossimo, con buona pace della manifattura europea.
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